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Ho letto con dispiacere l'ultimo post di Khadijah su An-nisa, ed ho letto con molto interesse tutti i commenti, e pur condividendo buona parte del commento n. 18 della sorella UmmZakaria, non sono riuscita a trovare le parole per intervenire a mia volta. Spero di riuscire a farlo al più presto, inshallah, e se non dovessi riuscirci, spero che la sorella Khadijah mi perdoni, e mi capisca.
Detto questo, io ho aperto un blog con il titolo CoseCosì, per parlare un pò di tutto ciò che mi viene in mente, per non pormi dei limiti, per non dare al blog un'impostazione precisa.
Alhamdulillah, tutti i miei peccati, tutte le mie deviazioni dalla retta via, tutti i momenti di smarrimento non sono riusciti a togliermi ciò che di più prezioso ho, la mia fede in Allah (swt) e quindi, inevitabilmente mi sono trovata a scrivere più di Islam che di altro.
Le sorelle che seguono il blog di Khadijah sanno che non molto tempo fa, proprio su an-nisa io ho raccontato la storia dei miei ultimi 3 anni di vita, difficili, travagliati, ed ho avuto un'enorme difficoltà a farlo non tanto perché avessi paura del giudizio degli altri, ché poi nel Giorno del Giudizio mica saranno gli altri a giudicarmi, ma perché avevo, ed ho ancora paura che qualche sorella possa, leggendo la mia storia, essere incoraggiata a seguire un esempio sbagliato.
Ed allora, oggi, con questo post, vorrei raccontare il seguito, ma vorrei al contempo chiarire che dal mio punto di vista, il fatto che una storia sbagliata abbia un lieto fine non può e non deve essere un incoraggiamento a deviare dalla retta via, perché la predestinazione divina è fuori dalla nostra conoscenza, e quindi per un caso che si risolve bene, ce ne possono essere centinaia che fanno a finire male.
Ordunque, che c'entra tutto questo con Bilal, direte voi? :)
E ne avete tutti i diritti, perché effettivamente ho cominciato parecchio off-topic.
Bilal era uno schiavo, che avendo sentito il Profeta Muhammad (saws) aveva aperto il suo cuore alla parola di Allah (swt).
Il suo padrone, venuto a conoscenza della sua conversione, lo sottopose alle torture più atroci per farlo abiurare la sua fede, ma Bilal, disteso sulla sabbia bollente nelle ore più torride della giornata con un grosso masso sullo stomaco, minacciato di essere lasciato così fino alla sua morte, continuava a ripetere: "Esiste un solo Dio".
Abu Bakr, uno tra i primi abitanti di Makkah ad accettare l'Islam, decise allora di comprare Bilal per salvarlo dal suo padrone, lo condusse dal Profeta Muhammad (saws), e lo rese libero.
In seguito il Profeta Muhammad (saws) lo scelse come primo muezzin della nuova ummah, per la sua voce profonda e melodiosa.
Si narra che dopo la morte del Profeta Muhammad (saws), Bilal non fosse più stato capace di declamare l'adhan (la chiamata alla preghiera), a causa dell'enorme commozione che lo coglieva ogni volta che ci provava.
Ricordo ancora come fui colpita da una forte emozione quando, all'incirca 6 o 7 anni fa, lessi per la prima volta la sua storia, e quanta forza riuscii a trarre dal suo esempio.
Oggi questo nome, Bilal, entra definitivamente a far parte della mia vita, perché è scegliendo questo nome che sabato scorso, 10 maggio, mio marito ha pronunciato la sua shahadah ed è così ritornato all'Islam, mashallah.
Dopo 5 giorni, durante i quali non ha mancato una singola preghiera, oggi si è avvicinato a me, mi ha sorriso e mi ha detto: "Adesso sono io che dò il buon esempio!". Subhanallah.
